Anche
Milano fu “munita” di proprio mercato, nel 1808, che tuttavia si confaceva al modello parigino, in quanto sotto dominazione napoleonica. Proprio recependo tale modello, il
Codice di Commercio del 1865 prevedeva:
- che le Borse dovessero essere istituite con decreto reale;
- che si negoziassero in essa sia titoli che merci;
- che la stipulazione dei contratti fosse riservata all’ esclusiva cura di agenti di cambio (anch’ essi nominati con decreto), pena la nullità;
- che il prezzo ufficiale di merci e titoli venisse individuato sulla base di questi contratti;
- che gli agenti di cambio dovessero agire in nome proprio, ma non per proprio conto;
- che la vigilanza e la restituzione di questi ultimi venisse affidata alle stesse Camere di Commercio.
Le
Camere di Commercio apparivano come enti pubblici, tuttavia erano gestiti da imprese e banche le quali controllavano a loro volta, il monopolio delle negoziazioni a capo degli agenti in
Borsa.
Tutte le transazioni venivano studiate a tavolino e gestite privatamente, soltanto formalmente concluse in quella che oggi è
Piazza Affari.
Nel 1882 un nuovo Codice di Commercio trasforma finalmente gli agenti, da funzionari pubblici, in commercianti per l’ attività di mediazione, liberandoli dal vincolo di agire esclusivamente per terzi, potendo anche svolgere attività di consulenza.
Resta sempre fermo invece, il ruolo delle Camere di Commercio, che vigilavano e controllavano l’attività della
Borsa, approvandone anche i regolamenti.
Queste novità ne favorirono da una parte lo sviluppo, ma dall’ altra costituirono anche il preludio della crisi culminata nel 1907. In questo periodo di declino, l’ attività degli agenti su importante, in quanto essendo liberi di svolgere la propria attività di mediazione, consentirono la
nascita di banche specializzate e di
società finanziarie che collocarono sul
mercato azioni ed
obbligazioni che andarono a costituire la massima parte del
capitale azionario italiano.
Per uscire dal periodo di crisi, si pensò di ristabilire l’ordine e la disciplina restringendo nuovamente le possibilità degli agenti di operare per proprio conto e ponendo il controllo a capo del Governo. Così facendo la
Borsa aveva nuovamente riacquisito il suo carattere pubblico.
Da questo punto in poi, diminuì il peso del mercato azionario per tutto quello che riguardava il finanziamento dell’ industria, impedendone quindi anche lo sviluppo.
Negli anni avvenire, con il regime fascista, il ruolo della
Borsa si emarginò sempre più, fino a perdere quasi del tutto di significato, addirittura arrivando a controllare il volume delle emissioni azionarie, in quanto si preferiva far investire i risparmi privati in titoli pubblici.
Fino alla metà degli anni settanta, la situazione rimane invariata, nonostante la caduta del regime.
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