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Verso la Bce: Draghi a 5 teste

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Verso la Bce: Draghi a 5 teste

di Stefano Cingolani

Il conclave per scegliere il nuovo presidente della Banca centrale europea s?è già aperto e Mario Draghi è ben piazzato. Ma, da allievo dei gesuiti, ricorda bene il vecchio detto romano: «Chi entra papa esce cardinale». E incrocia le dita. Il governatore della Banca d?Italia sa di avere ottime chance. Come capo del Financial stability board, combatte in prima linea e i giornali americani lo hanno addirittura classificato tra i pochi uomini che salveranno l?economia mondiale. Però per scalare l?Eurotower della Bce deve sfruttare al massimo la propria abilità nel curare l?immagine e le relazioni che contano.

Se avesse più teste, una sarebbe rivolta a Berlino, l?altra a Parigi, una terza a Roma, affinché il governo faccia quadrato. Senza trascurare i mass media, anch?essi grandi elettori. Infine, un?occhiata in casa propria, per influenzare la scelta del successore con il quale dovrà trattare da Francoforte.

L?attuale presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, scade nell?ottobre 2011, ma la lunga marcia parte lunedì 15 febbraio, quando i ministri di Eurolandia indicheranno il numero due per rimpiazzare il greco Lucas Papademos, al termine del mandato. Candidato è il portoghese Victor Constancio, perché Yves Mersch, lussemburghese, è stato messo fuori causa quando il proprio premier, Jean-Claude Juncker, è diventato capo del gruppo che guida l?area dell?euro. Un ostacolo per Draghi: i tedeschi (e non solo loro) non amano una coppia latina al volante della Bce. Berlino ha già messo in lizza per la presidenza il proprio campione, Axel Weber, governatore della Bundesbank, azionista di riferimento di Eurolandia. E il cuore renano dell?Unione è salvo. Detto fatto? Non proprio.

Si è mossa subito la lobby angloamericana per rimescolare le carte e aprire qualche breccia anche in Germania. Il Wall Street Journal ha per primo incoronato Draghi. Il Financial Times sta raccogliendo tutti i mal di pancia, i rancori, le antipatie accumulate da Weber, ex socialdemocratico convertito al merkelismo. Chi se la prende con il carattere imperioso, chi con l?ortodossia monetaria, chi con i suoi errori. Nell?autunno 2008 Weber ha bloccato la riduzione dei tassi sull?euro, dopo che la Federal reserve aveva portato a zero quelli sul dollaro. Uno sbaglio clamoroso e la Bce ha dovuto fare marcia indietro. Nessuno è profeta in patria, tanto che scalda i muscoli un concorrente tedesco meno controverso: Klaus Regling, capo degli affari economici e monetari della Commissione di Bruxelles.

Come si schiera la Francia? Nel complesso risiko delle europoltrone, ha occupato tutto l?occupabile (non escluso l?americanissimo Fondo monetario con Dominique Strauss-Kahn). Se Parigi passa il testimone a Berlino, compie la scelta più naturale per il mitico «motore d?Europa». Però la crisi ha lasciato alla Francia un disavanzo pubblico enorme (supera l?8 per cento) e il debito pubblico tedesco potrebbe salire oltre 2.100 miliardi di euro. Quello italiano viaggia sui 1.700 miliardi. Rispetto al pil è superiore, ma quando si vendono titoli di stato conta la quantità.

Un banchiere centrale pragmatico, un uomo di mondo che sa come vanno le cose, sarebbe un sollievo. Christine Lagarde, definita dal Financial Times migliore ministro finanziario europeo, apprezza il governatore italiano. Il presidente Nicolas Sarkozy potrebbe cogliere l?occasione per una stoccata di ritorno al cancelliere Angela Merkel che, in mezzo al panico del 2008, ha respinto la proposta di un salvataggio europeo.

Volgendo il capo all?Italia, Draghi ha incontrato martedì 26 gennaio Silvio Berlusconi, raccogliendo sostegno e simpatia. Giorgio Napolitano apprezza la candidatura e ancora una volta si augura che ci sia un sostegno senza ombre né incertezze da parte di maggioranza e opposizione. Quanto all?establishment economico e finanziario, il Corriere della sera aveva aperto le danze domenica 24 gennaio, con un editoriale del suo direttore che prende la penna solo raramente. Realista, Ferruccio de Bortoli contempla la possibilità di una sconfitta, per concludere che è sempre meglio perdere con onore.

L?articolo contiene un passaggio che non ha fatto piacere al governatore: «Certo» scrive de Bortoli «avere lavorato per Goldman Sachs può apparire oggi discutibile». Discutibile? Di più, un peccato mortale, per una parte della politica europea e italiana, di destra come di sinistra. Inutile negarlo. A parare il tiro incrociato dei pregiudizi pensa Francesco Giavazzi che, sull?edizione tedesca del Financial Times, usa un argomento convincente: anche il banchiere centrale oggi deve essere, più ancora che un tecnico, un gran comunicatore. E chi, meglio di Draghi, comunica con i mercati?

Decisivo, nel momento della scelta, sarà Giulio Tremonti, ministro dell?Economia. Si sa che condivide il giudizio negativo sulla finanza angloamericana. Non vuole commistioni tra controllati e controllori. Evoca il primato della politica e sferza soluzioni che trasformerebbero i responsabili della crisi in guardiani di se stessi. Sabato 30 gennaio, mentre Draghi al World economic forum di Davos propone un meccanismo comune per evitare crac finanziari e un?autorità che lo gestisca, il ministro dell?Economia ribatte da un campo di sci sull?Appennino modenese: «Le regole tecniche sono inutili e dannose». E plaude alla nuova Bretton Woods rilanciata da Sarkozy. Da una parte La montagna incantata di Thomas Mann, dove i profeti della globalizzazione hanno trovato le loro tavole della legge, dall?altra Sestola, provincia di Modena; come dire champagne contro lambrusco, global contro local.

Dunque, Tremonti si mette di traverso? Lui che non si è candidato per la presidenza dell?Eurogruppo può applicare la vecchia regola di Sun Tzu: non cominciare mai una guerra se non sei sicuro di vincerla. Ma se Draghi diventa una scelta nazionale, come negare il consenso? Non gli conviene esercitare tutta la propria influenza sulla nomina del nuovo governatore? Quando Tesoro e Bankitalia sono andati a braccetto, l?economia italiana ne ha tratto giovamento. A Palazzo Koch c?è la banca delle banche, il soggetto regolatore del sistema. Meglio avere una personalità con la quale il ministro si trovi in sintonia.

I nomi in campo sono Lorenzo Bini Smaghi Bellarmini, membro italiano del direttorio Bce, Enzo Grilli, direttore generale del Tesoro, e Fabrizio Saccomanni, numero due in Bankitalia. Ma potrebbe spuntare una personalità nient?affatto inferiore a Draghi quanto a esperienza internazionale: per esempio Mario Monti, con il quale Tremonti nell?ottobre 2008 stipulò «la pace di Westfalia». Il tutto, durante un dibattito nel famoso Salone Albertini, in quel di via Solferino, dove risiede il Corriere della sera.

«Honni soit qui mal y pense», sia dannato chi pensa male.


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